venerdì 20 novembre 2009

Seminario Il senso delle cose: Cinema e filosofia


Un progetto di collaborazione tra la Facoltà teologica della Sardegna e l'Università degli studi di Cagliari che prevede la proiezione di 8 film di contenuto filosofico che daranno diritto a due crediti liberi agli studenti che vi prenderanno parte.

martedì 17 novembre 2009

Così il Muro nascose i morti del Salvador

LUCIA ANNUNZIATA su La Stampa di oggi

Ignacio Ellacuría non era mai solo, in Salvador. Intellettuale stellare, se per stella si intende una luce che brilla in cielo, alto, bellissimo, il prete gesuita, spagnolo di nascita e cittadino salvadoregno di adozione, non era solo nemmeno il giorno in cui incontrò la morte. Venne ucciso insieme ad altri cinque gesuiti, tutti insegnanti come lui, e due donne delle pulizie. Venti anni fa, esatti. Un dramma passato inosservato, allora come oggi, perché avvenuto all’ombra dalla più grande storia moderna dell’Occidente, la caduta del Muro di Berlino.

Fu un piccolo mondo dunque quello che si accorse (e pianse) della morte di questo pugno di «ordinari santi». Un piccolo mondo che però li ricorda ancora oggi.

Quando il gruppo di uomini armati si presentò alle porte del campus della Uca, la Università Centroamericana fondata dai gesuiti e guidata appunto da Ellacuría, nessuno provò a resistere. Fuggirono tutti. Gli uomini armati appartenevano al battaglione Atlacatl, the Yankee Battalion, il primo addestrato totalmente in Usa e reimpiegato in Salvador nel 1981 agli ordini del colonnello Monterrosa. Gente che aveva sulle mani ancora la polvere da sparo usata per alcuni dei più terrificanti massacri di quella guerra civile che durava dalla fine degli Anni Settanta, tra cui la cancellazione totale del villaggio di El Mozote. Nella operazione alla Uca l’Atlacatl non trovò dunque difficoltà. I soldati entrarono con sicurezza nelle stanze al pianterreno del rettore, lo trovarono con i suoi colleghi professori e due signore delle pulizie, tutti stretti in difesa in un angolo. Li trascinarono fuori, li misero distesi, e li uccisero con colpi di mitra. Quella posizione a pancia in giù era il modus operandi, la firma dell’Atlacatl.

Qualche ora dopo, il sangue degli otto cadaveri era già secco. Il prato su cui riposavano era rigoglioso. La struttura di cemento intorno, in cui aveva sede l’Università, era coperta dal solito cielo limpido, fermo, azzurrissimo e indifferente del Tropico. Ellacuría si distingueva per il pantalone e la camicia kaki, la lunga capigliatura bianca, ora sporca di sangue.

Insieme alla gente del Salvador, piansero davanti a quei cadaveri tanti giornalisti. I gesuiti, Ellacuría, erano sempre stati la voce della civilità in un universo di dolore, gli ospiti sempre pronti a fornire una bibita e una spiegazione. Indomiti, senza paura. Senza di loro il Salvador e una guerra civile dominata da torture e machete non avrebbero forse potuto essere raccontati. Ma il Muro di Berlino cancellò nella sua immensità quelle povere morti, i «santi ordinari» come padre Amando López, che si addormentava davanti alla tv la sera, e padre Juan Ramón Moreno, conosciuto per la estrema noiosità del suo modo di parlare.

Non sfuggì però a Noam Chomsky il valore di quella coincidenza e di quella dimenticanza. «I dissidenti dell'Est Europeo erano stati appoggiati dagli Usa e dal Vaticano, a differenza di ogni altro dissidente in altri posti nel mondo». La vittoria contro i «comunisti» in Europa, divorò dunque e in qualche modo sembrò, a posteriori, giustificare l’assenza di scandalo per le morti di alcuni padri gesuiti sospetti di «comunismo», uccisi mentre Usa e Vaticano guardavano oltre il Muro.

Forse, dunque, il doppio anniversario, la caduta del Muro e quel delitto, vanno oggi riletti insieme. Forse, davvero, fu quello il momento in cui il mondo occidentale cominciò a guardare negli occhi un nemico ben più elusivo e feroce del comunismo in tutte le sue declinazioni. Nel 1990 l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, apriva la strada a un nuovo conflitto mondiale e a una inedita guerra di religione e di civiltà che avrebbe fatto sembrare antiche tutte le altre guerre ideologiche.

Non dobbiamo dunque, forse, sentirci colpevoli per aver perso di vista quell’America Latina a cui l’Europa dagli Anni Sessanta agli Ottanta dedicò tanta attenzione. Ma in questo anniversario di venti anni, val la pena di cominciare a gettarci un nuovo sguardo.

Il Salvador, dolce Paese di vulcani e colline, venti anni dopo è in preda a una sorta di nemesi storica. I figli di tutti quei campesinos che fuggirono allora la loro terra per andare a crearsi una vita in Usa, sono tornati nel loro Paese e figli della guerra quali sono, hanno creato oggi in Salvador un nuovo inferno. Su circa sette milioni di abitanti le bande criminali contano almeno 30 mila membri. Maras si chiamano, queste street gang che hanno importato la violenza del ghetto di Los Angeles in Centroamerica. 53,3 uccisioni per ogni centomila abitanti. Le estorsioni, gli stupri, gli incendi, i furti non si contano. Oggi il Salvador è al decimo posto fra i Paesi più pericolosi nel mondo.

L’ultima vittima vicina a noi, noi italiani, si chiama William Quijano, ammazzato mentre usciva di casa. Aveva 21 anni, studiava e lavorava come volontario della Comunità di Sant Egidio. Una collaborazione con uomini di religione, che oggi, come venti anni fa, merita ancora una condanna a morte.

lunedì 16 novembre 2009

appuntamenti al cinema a Guspini


venite numerosi!!

http://www.cineteatromurgia.net/

lunedì 9 novembre 2009

i miei mitici nipotini


Giorgia, Sara, Luca e Claudio... e la quinta è in arrivo a brevissimo... :-)

Un gesuita di Villacidro alla conquista del Giappone

Padre Giuseppe davanti alla nostra chiesa parrocchiale di San Nicolò a Guspini

Giuseppe Pittau: «Qui ho imparato a sorridere a tutti»
L'amarezza per le decisioni di Strasburgo sul crocifisso

L'Unione Sarda
Lunedì 09 novembre 2009
DAL NOSTRO INVIATO CARLO FIGARI
Tokyo. Nelle scuole italiane non si deve toccare il crocefisso. Contro il pronunciamento della Corte europea, che chiede di rimuovere il simbolo del cristianesimo dai luoghi pubblici, arriva il monito di monsignor Giuseppe Pittau, vescovo di Castro e personaggio simbolo della Chiesa cattolica in Estremo Oriente: «L'Europa ha perso il senso della storia e della cultura. Se la religione non ha più un valore credo che siamo diventati incivili. Cosa rimane dell'educazione storica e dell'educazione verso Dio?». Monsignor Pittau segue le polemiche scatenate dalla decisione di Strasburgo da molto lontano: vive a Tokyo dove è sbarcato nel 1952 e che ha eletto a sua seconda casa. La prima è la Sardegna, Villacidro. Lasciò il paese natale nel dopoguerra per seguire la strada pastorale che lo ha portato dall'altra parte del mondo. Di sei fratelli, due hanno fatto la stessa scelta: Angelo è parroco a Guspini e una sorella suora. A lui, dice, il Signore ha affidato un compito diverso avviandolo all'opera missionaria e pedagogica, tipica dei gesuiti di cui è diventato uno dei massimi esponenti. Oggi ha superato gli ottant'anni, ma è sempre impegnato in molteplici attività.
I CATTOLICI In Giappone è tra i pochi italiani conosciuti, amico personale dell'imperatrice Michiko e per molti anni a capo delle comunità cattoliche dell'Asia. La sua autorevole voce trova sempre ascolto. Per di più il nuovo premier Yukio Hatoyama, che ha vinto le elezioni lo scorso agosto spodestando il partito liberaldemocratico dopo 54 anni, è un fervente cattolico. Così nel mondo politico in fermento per il successo elettorale del Partito socialdemocratico ci si chiede quale ruolo potrà avere la Chiesa cattolica. Qui i fedeli sono appena un milione, divisi tra sedici diocesi. Una esigua minoranza (la metà è composta da immigrati, specialmente filippini) in una nazione di 130 milioni di abitanti. Ma è una comunità importante che vanta scuole e università come la prestigiosa “Sofia” che ogni anno riceve 10 mila domande di iscrizione e ne accoglie solo duemila. Padre Pittau è stato rettore della Sofia University e ricopre ancora un incarico nel consiglio di amministrazione. L'educazione scolastica, oltre ovviamente quella religiosa, sono alla base della sua opera pastorale.
«Guardate il Giappone» dice: «Questo Paese è stato distrutto completamente dai bombardamenti, da due bombe atomiche. Quando sono arrivato era ancora a pezzi. Eppure ha cominciato a ricostruire partendo proprio dalle scuole. Ha capito che una nuova generazione di pace doveva nascere dall'educazione dei giovani e così ha fatto. E ha aperto almeno una università in ogni provincia. Dovete vedere come sono belle le scuole giapponesi». Quando parla dei giovani il suo sorriso si allarga: «Dobbiamo far crescere i figli che sono la nostra forza. Oggi il vero problema è la famiglia. In Giappone non si fanno più bambini, la media è uno per famiglia. Come pensare che i giovani possano ricevere un'educazione sociale?». Con un filo di voce, come sussurrasse una preghiera, ricorda una piaga del mondo moderno che in questo popoloso e superindustrializzato paese raggiunge cifre da guerra: 30 mila suicidi all'anno, molti bambini. «Una nazione che ha fatto tanta strada non riesce a trovare una soluzione».
INCONTRO Padre Pittau si racconta in un momento della manifestazione “Sardegna in Giappone”, conclusa ieri a Tokyo con la partecipazione di un numeroso gruppo di imprenditori e amministratori pubblici. È bastata una telefonata, senza alcun cerimoniale, per richiamare il suo interesse per «l'amata terra che ho sempre nel cuore e nei miei pensieri». Subito li ha incontrati e gli ha affidato un messaggio di saluto per tutti i sardi. Della Sardegna è stato il primo ambasciatore ed è grazie a padre Pittau che il nome dell'Isola ha girato in Giappone con diverse iniziative. Del resto papa Giovanni Paolo II lo ha voluto come interprete personale nello storico viaggio del 1993 e papa Benedetto XVI lo ascolta sempre quando si tratta di temi che toccano l'Estremo Oriente. Di recente è stato in Vaticano per consegnare la Nova Encyclopedia Catholica in lingua giapponese, seimila pagine risultato di trent'anni di lavoro di un'equipe di studiosi nipponici.
TRADIZIONE «Questo Paese - racconta - ha una grande tradizione nei rapporti con la Chiesa cattolica. I primi gesuiti sono arrivati nel 1549 con padre Francesco Saverio e da allora hanno svolto una profonda opera missionaria e nell'insegnamento. Oggi siamo appena 300 di venti nazionalità, purtroppo soffriamo per mancanza di preti e vocazioni». Docente all'università Sofia, lui per primo ha contribuito a sviluppare il contatto tra il cristianesimo e il Giappone dove convivono shintoismo, buddismo e altre religioni. «A parte i 166 paesi che ho visitato per la mia opera pastorale, ho vissuto qui a lungo, tanto da sentirmi integrato», dice. Poi, chiamato a Roma, per quindici anni è stato consigliere del generale dei gesuiti padre Arrupe, aiutandolo a superare un momento difficile per l'ordine. Ed è stato rettore della Pontificia università Gregoriana. Un predicatore e un educatore, ma soprattutto un uomo di grandissima cultura. Le sue “battaglie” sono state e continuano ad essere, nonostante il peso dell'età, all'interno della Chiesa nel solco del Concilio Vaticano II.
Come mai la religione cattolica fatica a trovare spazio in Giappone? «Forse in passato abbiamo commesso l'errore di presentare il cristianesimo come una cosa europea, senza provare a penetrare il sentimento religioso del popolo». Cosa gli ha insegnato questo Paese così diverso e complesso? «Ho imparato a sorridere a tutti». Il pane carasau è più buono del sushi? «Anche il sushi è buono». Cosa gli manca della Sardegna? «Il calore umano». Finisce così, con l'abbraccio e il saluto dei sardi.

venerdì 6 novembre 2009

IL TUO CUORE LO PORTO CON ME (Poesia di E. E. Cummings)

Il tuo cuore lo porto con me
lo porto nel mio cuore
non me ne divido mai
dove vado io, io lo porto con me
e vieni anche tu, mia amata.

Qualsiasi cosa fatta da me
la fai anche tu, mia cara,
perché il mio fato sei tu, mia dolce.
Non voglio il mondo perché il mio mondo
più bello, più vero sei tu.

Questo è il nostro segreto profondo,
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita
che cresce più alto di quanto l’anima spera
e la mente nasconde,
questa è la meraviglia che le stelle separa.

Il tuo cuore lo porto con me, il tuo cuore esiste nel mio.

mercoledì 4 novembre 2009

CARCERE: PERSONE O NUMERI?



Due vicende drammatiche molto diverse, accomunate però dall’ingresso nel mondo del carcere, stanno scuotendo in questi giorni l’opinione pubblica: la morte, in circostanze poco chiare, di Stefano Cucchi, il giovane romano di 31 anni, arrestato perché in possesso di 20 grammi di hashish e 2 di cocaina, e il suicidio a Rebibbia della brigatista Diana Blefari, che soffriva da tempo di gravi problemi psichici. Abbiamo chiesto un parere a don Sandro Spriano, cappellano della sezione maschile del carcere romano di Rebibbia.

Cosa emerge da questi due fatti drammatici?
“Sono situazioni che fanno capire il disagio enorme che viviamo nei penitenziari, sia per quanto riguarda la sanità, sia per quanto riguarda la scarsa attenzione della politica nei confronti delle persone detenute. Tutto ciò rientra nella mancanza di interventi, risorse umane e finanziarie sul carcere. Chi ci lavora lo fa con tanta buona volontà ma manca una politica che legiferi in maniera più saggia. Questi detenuti non sono numeri, ma persone ammassate nelle celle. Purtroppo non sono soggetti interessanti per quasi nessuno, compresi noi cristiani”.

Che idea si è fatto della vicenda del giovane Cucchi?
“La morte di Stefano Cucchi forse si poteva evitare. Siamo di fronte ad un giovane di 31 anni che viene arrestato e perde la vita in una situazione in cui nessuno vuole spiegare cosa sia successo. Questo significa che non si trattano i detenuti come persone. Non ho elementi per dire se sia stato picchiato e da chi. Però sicuramente è arrivato in ospedale in condizioni serie. Bisogna capire se c’è qualcuno che ha la colpa di averlo ridotto in quello stato, e se i medici hanno fatto il possibile per comprendere la gravità della situazione”.

(E QUI - PER DOVERE DI ONESTA' - UNA RISPOSTA EMBLEMATICA CHE MI E' STATA CENSURATA:
“Noi verifichiamo quasi tutti i giorni che arrivano persone già malmenate prima di entrare in carcere e i medici si affrettano a dire: è arrivato così. Questo vuol dire che c’è una doppia misura nella legge: da una parte si tutelano i diritti e la dignità dei ‘colletti bianchi’, di chi cioè è già capace di difendersi. Dall’altra si mandano in carcere per motivi futili le persone più deboli ed emarginate socialmente” ).

Come vigilare di più per prevenire gli abusi?
“Con le modalità che già usiamo negli ambienti carcerari, dove cerchiamo di dialogare e rafforzare la nostra presenza per essere anche una sorta di «sentinelle» nei confronti di chi ha la responsabilità della custodia e della sicurezza. In questo modo molti arrivano a capire che il detenuto è una persona e non un numero. Poi sarebbe necessario un sussulto di attenzione per impedire che la legislazione vigente – presentata come il mezzo per perseguire la sicurezza – vada a favorire sempre più l’ingresso in carcere dell’emarginazione sociale (tossicodipendenti, recidive nei reati…). Non si vuole capire che in questo modo usciranno dalle carceri persone con una maggiore volontà e capacità di delinquere”.

E sul problema dei suicidi in carcere? Il caso di Diana Blefari ha fatto scalpore…
“Non conosco tutti i particolari della vicenda perché non mi occupo della sezione femminile di Rebibbia. Ma non mi sento di attribuire le responsabilità ad una mancata sorveglianza da parte del carcere. Mentre la legge stabilisce che chi è malato è incompatibile con il carcere, nulla è previsto per chi ha problemi psichici, se non l’ospedale psichiatrico giudiziario. Anche qui bisognerebbe intervenire sulla legislazione: chi ha problemi di carattere psichico – e sono tantissimi – non viene tutelato, perché la legge non prevede benefici. È impensabile tenere in carcere persone con malattie psichiche così gravi, pretendendo che agenti, volontari, educatori, direttori, sappiano sostenerli. O si pensano per loro strutture e leggi che prevedano cure serie, oppure avvengono questi fatti. Di certo non è colpevole il carcere, che non ha né la funzione, né le competenze per curare i malati psichici”.

Si parla di 61 suicidi in carcere nell’anno in corso. Cosa ci dicono questi dati?
“Contare i suicidi è solo una statistica. Sono numeri altissimi ma anche i detenuti sono aumentati (più di 65.000). Se guardo la mia piccola esperienza di Roma non mi sembrano aumentati. Ma è ovvio che se si mettono in carcere le persone per motivi a volte banali, in una situazione di dolore e di deprivazione – mentre tutti immaginano che in carcere si mangia, si beve e si guarda la tv – è evidente che ci si trova in una situazione limite, di rischio per la vita”.

Come risolvere i tanti problemi del carcere?
“In questo senso non si vede nessuno spiraglio. Attualmente si pensa solo alla possibilità di costruire qualche nuovo carcere, ma si sa ci vorrebbero almeno 10 anni, mentre i detenuti aumentano ogni mese dalle 800 alle 1.000 unità. Tra 10 anni quel nuovo carcere non sarebbe più utile a nessuno. Poi sono aumentate le leggi che prevedono il carcere o l’aumento della pena: è stato reinserito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, chi maltratta i cani viene incarcerato, chi è clandestino, chi non ottempera all’obbligo di espulsione, chi detiene sostanze stupefacenti in modiche quantità… Anni fa non c’erano queste situazioni. Bisogna mettersi in testa che il carcere non risolve i problemi della sicurezza. Secondo me anziché punire sarebbe più giusto «interdire» i comportamenti che riteniamo illegali: ad esempio, se qualcuno compie un reato allo stadio si vieta l’ingresso allo stadio per dieci anni; se ruba si impedisce di fare la professione in cui rubava…”.

A CURA DI PATRIZIA CAIFFA

giovedì 29 ottobre 2009

LETTERA DI UN GIOVANE AD UN SACERDOTE


(Su Nuovo Cammino di questa settimana)

Caro sacerdote,
ti scrivo nell’anno a te dedicato: sarà un periodo in cui tu, ma anche noi laici, saremo maggiormente chiamati a riscoprire la bellezza, ma anche il sacrificio della tua speciale vocazione.
Come giovane mi interrogo spesso sul tuo ruolo, sulla tua vita, sulle scelte da te compiute: so che la tua è una storia d’amore, non esente dalle difficoltà o dalle privazioni. Per questo ti stimo e ti ammiro. Mi verrebbe da chiederti: sei felice? La risposta la scorgo dalla passione con cui cerchi di amare l’umanità e di condurla a Dio: Cristo adopera le tue mani, le tue labbra, il tuo cuore per amare, benedire, perdonare e incoraggiare, quanti a te, e quindi a Lui si affidano.
Sì, mi rivolgo a te, che compari nelle mie foto di bambina e che ora mi proteggi da lassù. Mi raccontavi sempre i curiosi episodi della mia infanzia che nemmeno io ricordo: con le tue parole e con il tuo premuroso affetto riscoprivo veramente di essere stata amata da Dio prima di chiunque altro. Nella foto del mio battesimo tu sorridi per il mio buffo pianto: nei tuoi occhi vedo la tenerezza di un padre chiamato a dare fiducia ai dolci vagiti di una vita che nasce.
Penso a te, che seguivi i miei primi giochi in oratorio e che hai accolto le mie prime confessioni: quando sei stato trasferito in un’altra parrocchia, ho compreso per la prima volta cosa significhi essere realmente strumento nelle mani di Dio, chiamato a spogliarsi di sé, a sradicarsi per andare là dove è necessaria la tua presenza. Ora mi segui da lontano, sei felice per i miei successi e so che preghi per me, per i miei amici, per la mia comunità: nessun luogo è lontano per chi si vuole bene nel Suo nome.
Grazie a te che, mi sei stato accanto durante la mia adolescenza correggendomi in modo ragionevole e qualche volta mettendo i paletti alla mia voglia di libertà se equivaleva al non impegno o al desiderio di impigrirsi. Non sempre ti capivo, ma crescendo ho imparato ad apprezzare i tuoi insegnamenti.
Mi rivolgo a te che mi dici: “Se hai bisogno di me puoi chiamarmi anche a mezzanotte: non vado mai a letto prima di quell’ora.”. Da me e da tutti pretendi tanto proprio perché anche tu dai tanto. Non parli mai di mele marce e trovi qualcosa di bello in ogni ragazzo: quando le qualità non sono così palesi, tu le scovi e le presenti a noi increduli.
Penso a te, che condividi il mio essere giovane e porti avanti il tuo ministero con fervore, ma anche con le difficoltà di chi deve rivolgersi principalmente ai suoi coetanei e per fare questo utilizzi tutti gli strumenti tipici del mondo giovanile: internet, social network, musica… Le “tue parole virtuali” raggiungono anche chi è più distante, colpiscono anche chi sembra indifferente, lo costringono ad interrogarsi, a scoprire le ragioni del tuo entusiasmo.
Scrivo a te che mi accompagni alle Giornate Mondiali dei Giovani e ti carichi di responsabilità e di fatica per rendere il più possibile bella e preziosa l’esperienza che vivo: quanto vissuto in quei momenti mi rimane nel cuore insieme alla tua amicizia.
Grazie a te che nel tuo ministero ti senti sempre inadeguato, umile strumento nelle mani di Dio. Nessuno cerca un sacerdote perfetto: la tua forza sta proprio nella fragilità che ti rende uomo, in mezzo agli uomini, chiamato a percorrere come tutti, i preziosi passi verso la Gioia infinita. Sei tu che mi insegni che è a Lui che bisogna affidarsi con cuore sincero nella certezza di non essere mai soli.
Mi rivolgo a te, che credi in me e mi spingi ad osare sempre di più e a guardare al bello che c’è nella mia vita, segui i miei passi con l’orgoglio di una padre, mi inviti a non soffermarmi sulle cadute e a rialzarmi subito perché non esiste un tempo in cui non si debba lottare per le cose in cui si crede e per i propri sogni. Sei al mio fianco con fermezza e tenerezza, a volte nel silenzio. Rileggendo la tua presenza alla luce della Parola, scopro che il Signore mi è sempre stato accanto, aveva il tuo nome Don… Padre, ma eri sempre tu. Tu che sei sempre presente o che passi ore intere in quel confessionale ad accogliere i miei incerti pensieri di giovane, a prendermi per mano e ad accogliere quanto di più prezioso ti offro: la mia fragilità, il mio dolore, quei pensieri che solo a te posso raccontare. Tu che mi sorridi quando vuoi comunicare oltre le parole. Tu che sei amico della mia famiglia. Tu che hai tanti volti e che mi ricordi tutta la mia storia. Quando alla sera, si spengono tutte le luci, ognuno ritorna dai propri cari e termini il tuo lavoro senza orari e allora che vivi il tuo più grande sacrificio, ma è in quel momento che arriva l’abbraccio del tuo Dio e l’affetto sincero nelle preghiere di chi si fa tuo fratello, figlio e amico.
Simona Ibba

martedì 27 ottobre 2009

Il disinteresse del conflitto

27/10/2009 Massimo Gramellini su La Stampa

Che il capo del governo sia venuto in possesso di un video contro Marrazzo non in quanto capo del governo ma nelle vesti di proprietario di un’impresa di comunicazione è qualcosa di cui sembra non essersi accorto nessuno. Nemmeno i suoi oppositori. Avete forse letto una sola dichiarazione indignata o almeno stupita?

Commentavo con tre amici di sinistra la telefonata in cui Berlusconi avverte il governatore del Lazio di un filmato che lo riguarda, dopo averne avuto notizia dai dirigenti della Mondadori ai quali era stato proposto. Il primo amico, tendenza D’Alema, ha detto: stavolta Silvio si è comportato da signore, poteva rovinarlo e invece lo ha risparmiato. Il secondo, tendenza Veltroni: è il presidente del Consiglio, avrebbe dovuto avvertire la polizia. Tesi discutibile, perché presuppone che Berlusconi fosse a conoscenza non solo del video, ma anche del ricatto. Era naturalmente questa l’opinione del terzo amico, tendenza Di Pietro: per lui il premier è all’origine di tutti i mali dell’umanità dai tempi del Diluvio Universale «perché non poteva non sapere». Ma neppure il più ossessivo dei berluscallergici mi ha opposto la semplice osservazione che mi sono sentito fare al telefono da un collega inglese che vota per i conservatori: «Come potete accettare che un primo ministro riceva e usi, anche a fin di bene, informazioni ottenute in virtù del suo ruolo di editore?».

E’ l’ultima, lampante esplicazione del conflitto di interessi. Ma così lampante che nessuno di noi ci ha fatto caso. Provate a pensarci un attimo. I carabinieri ricattatori filmano Marrazzo e provano a vendere il video a un giornale del presidente del Consiglio. Non importa che il presidente del Consiglio abbia evitato di infierire. Resta il fatto che, grazie al suo ruolo di tycoon mediatico, gli era stata offerta la possibilità di distruggere un avversario politico. E pensare che molti fingono ancora di non capire quale differenza passa, ai fini delle regole democratiche, fra il possesso di una fabbrica di frigoriferi e il controllo di una che produce rotocalchi e programmi televisivi.

Ma questo totale disinteresse per i conflitti di interesse rivela anche qualcos’altro. Assuefazione. Ogni cosa, a furia di esserci, finisce per sembrare inesorabile. Mancanza di senso dello Stato, e lo si è appena visto proprio con Marrazzo: tutti scandalizzati dalle sue frequentazioni e non perché si recava agli incontri con l’auto di servizio. Rivela soprattutto disprezzo per le istituzioni. Viene il dubbio che gli italiani sappiano benissimo quali rischi si corrano a consegnare il governo nelle mani di un imprenditore di quel calibro e di quel ramo. Ma è tale il loro disprezzo per i politici di professione che ritengono meno grave truccare il gioco della democrazia che riaffidare le redini della Repubblica allo schema classico, in base al quale il mondo dei media e degli affari condiziona la politica attraverso le lobby, ma non si sostituisce a essa per esercitare direttamente il potere. E un editore, quando riceve un video compromettente, decide in base alle sue valutazioni di editore, non di presidente del Consiglio.

lunedì 26 ottobre 2009

L'arcivescovo "solleva" don Santoro

(Corriere della sera di oggi)

Domenica il sacerdote delle Piagge ha sposato in chiesa Sandra Alvino, donna nata uomo, con il suo compagno. Betori lo ha sollevato dal suo incarico. Un amico: «Obbedirà»

FIRENZE - Ieri, dopo aver celebrato le nozze in chiesa dell'ex trans Sandra Alvino con il suo compagno Fortunato, don Santoro aveva voluto ascoltare e far ascoltare una canzone di Fabrizio De Andrè, «Smisurata preghiera». Quelle parole del cantautore, «in direzione ostinata e contraria» sono le migliori che lo rappresentano. Don Santoro, parroco delle Piagge dal 1994, in direzione ostinata e contraria ha unito in matrimonio due persone che la chiesa non voleva unire. E oggi, don Santoro è stato sollevato «dalla cura pastorale della comunità delle Piagge». Lo comunica una nota dell'arcidiocesi di Firenze. Monsignor Betori gli ha chiesto di «vivere un periodo di riflessione e di preghiera». Il sacerdote, durante la messa di ieri alla presenza della comunità, ha celebrato le nozze di Sandra Alvino 64 anni, nata uomo e ora donna, e Fortunato Talotta, 58 anni, nonostante lo stesso Betori, in una lettera indirizzata ad Alvino il primo ottobre scorso, avesse ribadito il precetto, ossia l’ingiunzione a non celebrare il matrimonio, già disposta due anni fa dal suo predecessore, il cardinale Ennio Antonelli.

L'AMICO PIU' STRETTO: OBBEDIRA' ALLA CURIA - «Sono certo che don Alessandro obbedirà all'allontanamento dalla comunità delle Piagge per vivere con serenità un periodo di riflessione e preghiera. Come del resto ha obbedito, rispettando in pieno il precetto dell'amore dettato dal Vangelo, al desiderio espresso nei mesi scorsi da Sandra e Fortunato, due magnifiche persone della comunità a cui tutti noi vogliamo bene». Lo ha riferito Cristiano Lucchi, una delle persone più vicine al sacerdote, che ha ricordato quanto detto da don Santoro appena ieri, durante il matrimonio di Sandra Alvino e Fortunato Talotta.

LA CERIMONIA DI IERI - La cerimonia ieri si è svolta nei locali della comunità davanti a circa 200 persone molte delle quali non sono riuscite a trattenere le lacrime durante la lunga omelia di don Alessandro che ha ribadito che il suo non è un gesto di «ribellione alla Chiesa ma un atto di fedeltà alla mia gente, al Vangelo, alle persone a cui voglio bene. È un atto dovuto».

DON SANTORO - «Sandra e Fortunato, così come il sottoscritto, sono consapevoli che, quando l’atto sacramentale di arriverà in diocesi, verrà annullato, ma non sarà annullato per noi, per questa comunità, agli occhi di Dio». Lo ha detto ieri don Alessandro Santoro, prima di impartire la benedizione finale del matrimonio di Sandra Alvino, nata uomo ora donna, e Fortunato Talotta. Santoro ha voluto chiudere la lunga celebrazione con una canzone di Fabrizio De Andrè, «Smisurata preghiera», quasi per fare proprie le parole del cantautore «in direzione ostinata e contraria». Un modo per dire di essere consapevole che anche per lui, quasi certamente, ci saranno delle conseguenze. «Ma io, da sempre, ho obbedito fino in fondo a questa comunità, così come obbedirò - ha aggiunto riferendosi alla curia e al vescovo Giuseppe Betori - a qualunque cosa sarà decisa». Quindi, rivolgendosi alla sua comunità, ha aggiunto: «non permetterò a nessuno di fare niente che sia in senso contrario a ciò che verrà deciso». Poi, prima di salutare gli sposi ai quali la comunità ha preparato un rinfresco, ha detto: «ora ho bisogno di rimanere da solo».

LA COMUNITA' E' SCONCERTATA - La comunità delle Piagge ancora non riesce a crederci. Soprattutto, non capisce. Rispondono al telefono con voce rotta dall’emozione, con apprensione. Chiara e Elisabetta, due giovani volontarie della Comunità di base delle Piagge, l’associazione voluta e creata da don Alessandro Santoro, quasi fanno fatica a parlare. Sono nervose. «Non so che dirle - dice Chiara -.Lo abbiamo saputo adesso anche noi che Alessandro è stato sollevato dall’incarico. Dateci il tempo di capire, vogliamo capire». «Non so cosa aggiungere - dice invece Elisabetta -. No. Alessandro oggi ancora non lo abbiamo visto. Non ho commenti da fare. Tutto quello che so e che penso voglio tenerlo stretto nel mio cuore».

LA SPOSA - «Non è giusto, don Santoro non ha commesso alcun delitto. Ha fatto quello che ha sentito, e lo ha fatto da prete». Con queste parole Sandra Alvino, la donna nata uomo che è stata sposata in chiesa da don Alessandro Santoro a Firenze, commenta la decisione dell’arcivescovo di sollevare il prete dalla cura della comunità delle Piagge. «L’avevamo immaginato, io e mio marito, che poteva accadere - continua la Alvino - Lui come sacerdote mi ha spiegato che ha rispettato il Vangelo. È tanti anni che mi conosce. Io non ho voluto usare la Chiesa. Non me ne intendo di curia. Non so se il mio matrimonio è valido ma so che ieri ho realizzato il sogno della mia vita. Con questo matrimonio ho vinto la mia battaglia. Ho lottato tanto per ottenere quanto ho ottenuto. Se mi annulleranno il matrimonio, resterò cattolica ma farò una riflessione in più. Vorrò discuterne con umiltà».

CHI E' DON SANTORO - Don Alessandro Santoro è arrivato alle Piagge, popolare quartiere alla periferia Nord-Ovest di Firenze, nel 1994 e qui, con alcuni abitanti, ha dato vita alla Comunità di base «la cui idea di fondo - ha più volte spiegato lo stesso prete - è quella di voler lavorare con e non per le persone». Alle Piagge il sacerdote ha contribuito alla costruzione del centro sociale «Il Pozzo» ed è qui, in un prefabbricato, che celebra la messa domenicale, affronta le discussioni quotidiane, organizza gli impegni dei ragazzi e gli eventi. Ha favorito la nascita del Fondo etico e sociale delle Piagge, un esperimento di finanza etica, il «progetto Villore», esperienza di accoglienza e di vita in comune in Mugello e ha contribuito a fondare anche la casa editrice Edizioni Piagge.

Alessandra Bravi
26 ottobre 2009

Don Carlo Gnocchi. La bella Italia e l'esempio del santo


La sua lezione non è passata di moda: bisogna ritrovare la passione sociale e l'umanità

(Corriere della sera di oggi)

MILANO - C'è una bella Italia in piazza Duomo davanti all’urna del beato don Gnocchi, un’Italia che non sempre vediamo, che si ritrova nel bene e nel coraggio della solidarietà. Centomila occhi si sfiorano nella commozione di una giornata speciale. C’è il cardinale Tettamanzi davanti all’altare, il Papa in collegamento da San Pietro e ci sono tutti gli amici del prete dei mutilatini, gli uomini, le donne, i soldati, i giovani, i malati, gli anziani, i sofferenti, i poveri, gli emarginati, il grande popolo della carità che risponde sempre alle richieste di aiuto, e non si arrende, non si tira mai indietro. Quante penne e cappelli alpini, e quanti labari di storici battaglioni mandati al massacro nella campagna di Russia: laggiù, nel ’42, don Gnocchi c’era, non per spirito di avventura o per patriottismo, ma perché un sacerdote che si occupa di giovani «non può esimersi dalla loro sorte». Bisogna aver sofferto per capire il dolore, diceva. Ma bisogna avere anche un sacro fuoco dentro per ribellarsi alle avversità del destino e della vita, e costruire una grande impresa, per pagare un debito di carità e di giustizia verso i deboli e gli indifesi.

Milano per una volta è contenta di sé, si avvolge con legittimo orgoglio nella biografia del cappellano militare che dalla casa degli orfani e poi dalla Fondazione ha dato speranza a chi l’aveva perduta, ha aiutato i più sfortunati a riconoscersi, a pieno titolo, nella società: li ha fatti sentire cittadini uguali agli altri. «Voglio onorare la mia cambiale con Dio», scrisse al cardinale Schuster. Per questo lo fanno santo. Regna una calma lombarda sotto il sole di piazza Duomo, a volte il silenzio è quasi irreale: una suorina piange, un’altra prega. Decine di carrozzelle portano il dolore composto di chi è rimasto segnato dalla vita: c’è tanta gioia contagiosa nei loro occhi, e anche tanta speranza. In ogni fila, dietro ogni transenna, tra la gente con il posto fisso e quella in piedi, si avverte il senso di un’identità tranquilla, operosa, nella quale molti vogliono riconoscersi: è il distintivo della Milano migliore. Imprenditore della carità, scrivono di don Gnocchi i depliant della curia ambrosiana: c’è molto di milanese, anche in questo, come nelle sue ultime parole: Amis, ve raccomandi la mia baracca.

Una baracca solida, riunita oggi in una Fondazione che conta 28 centri medici e riabilitativi in Italia, e offre assistenza a malati oncologici, anziani non autosufficienti, bambini portatori di handicap. E’ l’altro miracolo di don Gnocchi, che si aggiunge a quello già accertato nella causa di beatificazione: aver lasciato una base solida per chi è venuto dopo di lui. Non deve sorprendere se cinquantatré anni dopo la morte, la gente va in piazza Duomo a salutare un amico, un amico dal cuore grande, capace di fare quello che pochi oggi sanno fare: ascoltare, dare attenzione, farsi carico di un problema. Sarebbe contento di tutto questo don Gnocchi. «Lui è contento» corregge monsignor Giovanni Barbareschi, l’anziano confessore del fondatore della Pro Juventute, che non riesce a trattenere le lacrime. Viene spontaneo accostare l’impegno di don Gnocchi a quello dei tanti volontari che nel Paese regalano un frammento di umanità e di speranza a chi è stato messo ai margini della società: rappresentano un valore da incoraggiare e sostenere. È anche merito loro se c’è un argine al rischio di una bancarotta etica, se attraverso i piccoli eroismi quotidiani si ritrova un po’ di fiducia.

Non c’è retorica nelle parole del cardinale Tettamanzi quando giudica più che mai attuale la lezione di don Gnocchi e invita ad amare questo tempo difficile, confuso, con molte idealità ignorate o calpestate. Ci mancano gli esempi raccontabili, le storie del bene che contrastano quelle del male, che tengono lontano i figli delle tenebre, come li chiamava Bonvesin de la Riva. Ci manca la capacità di andare incontro al futuro senza pessimismo e senza paura, come don Gnocchi. Risuonano dall’omelia del cardinale di Milano parole che sembrano dimenticate dal lessico dell’attualità: lealtà, generosità, onestà, amore, disinteresse. Al mondo moderno don Gnocchi augurava un tempo nuovo, un’altra umanità. Al mondo di oggi il cardinal Tettamanzi chiede un nuovo impegno: sconfiggere il pessimismo e la paura con la carità. Anche oggi c’è molto da ricostruire: per i più deboli, per gli indifesi, soprattutto per i più giovani. Serve un nuovo civismo, contro la tentazione di alzare le spalle, di ignorare quel che accade fuori dalla porta di casa. Bisogna ricominciare a dire: che cosa posso fare io? L’esempio di don Gnocchi non è passato di moda: bisogna cambiare in meglio il nostro tempo, bisogna ritrovare la passione sociale e l’umanità.

Giangiacomo Schiavi
26 ottobre 2009

venerdì 16 ottobre 2009

Ringraziamenti al termine della prima Messa - 16/17 ottobre 2004-2009





La figura di Mosè che si fa aiutare per tenere le braccia sollevate in preghiera mi spinge subito a fare la prima considerazione: ho bisogno del vostro sostegno.
E ne ho bisogno perché sono una persona debole e non ho vergogna di dirlo pubblicamente.
Dio mi ha fatto annunciatore della sua parola che è debole, disarmata e disarmante, che non usa persuasione umana, ma è parola della Croce.
Quella parola che non spegne neppure i mozziconi di candela, che non spezza la canna rotta, si fa portare da me, perché prima di tutto porta e sorregge me, sin dalla mia infanzia.

Il Verbo eterno di Dio fatto uomo ha condiviso la nostra condizione umana e ha sperimentato la morte di croce. È stato considerato un malfattore, è morto maledetto, abbandonato e solo.
Una parola debole e rifiutata perché si serve di mezzi poveri, i cristiani, e all’interno del popolo, i preti, che sono poveri anch’essi: tutto abbiamo ricevuto da Dio. Se abbiamo qualcosa, se siamo qualcosa, A LUI LO DOBBIAMO!!

Ecco perché la domenica, e oggi in questo giorno particolare per me, celebriamo l’eucaristia: è la nostra riconoscenza a Dio per l’infinità del dono del suo Figlio.

Nutrendoci di quel pane e di quel vino, altri due segni poverissimi, noi entriamo in comunione con Dio. È molto più che un dovere: è la fonte della vita, perciò Gesù invita tutti a nutrirsi: prendete e mangiatene tutti! Senza paura accostatevi a me! State uniti a me in questo sacramento che diventa il vostro corpo e il vostro sangue: abbiamo bisogno di mangiare questo cibo spirituale
Nel Nuovo Testamento la Chiesa è chiamata “corpo di Cristo”: noi siamo il corpo di Cristo, lui è la testa, è il cuore, è colui che vive e dà la vita a questo corpo. Abbiamo bisogno di sentire questo cuore battere, abbiamo bisogno di entrare nel suo pensiero, nella sua parola.

Noi non facciamo cerimonie, come una parata militare, che può essere bella, ma ci lascia come ci trova. O come una cena di beneficenza, dove si entra e si esce come quando si è entrati, anzi, con la pancia piena e il portafogli vuoto. O come una cena di capodanno…

No! Noi entriamo nella celebrazione eucaristica con tutta la nostra vita: è qui che portiamo il nostro bagaglio di sofferenze, di attese, di gioie; qui portiamo i nostri rapporti fraterni, le nostre relazioni talvolta difficili e burrascose. Qui riceviamo il perdono dei nostri peccati. Riportiamo noi stessi e la nostra vita alla sorgente di quell’evento che ha cambiato la storia e ancora può cambiare la nostra storia, perché qui noi siamo con il Figlio di Dio che si è donato per amore a noi davanti al Padre, siamo davanti all’infinita accoglienza del Padre per tutti i suoi figli, siamo dentro lo Spirito che versa goccia a goccia nel nostro cuore la capacità di essere creature nuove.

È questo continuo inserimento nella passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo che fa crescere il Regno di Dio dentro di noi e noi dentro il Regno di Dio.

Così il mio primo ed unico GRAZIE va a Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, perché anch’io sono figlio di Dio, amato e scelto da Lui come ciascuno di noi qui, per essere a immagine di Cristo.

La sua immagine è impressa nel nostro cuore, nel cuore di ogni uomo e donna, e così il regno di Dio cresce nel nostro cuore e sboccia in ogni persona che si rende disponibile: ecco un altro motivo di debolezza: il Regno di Gesù Cristo non è di questo mondo, non usa i mezzi dei potenti del mondo. Il regno agisce nei cuori, li apre alla conoscenza di Dio, li purifica dal male, li unisce a Dio, fa amare i fratelli.

È a causa di questo Regno che noi soffriamo e che abbiamo la forza di soffrire. Altrimenti non ne varrebbe la pena. Una vita che non fosse per Lui non sarebbe degna di essere vissuta. Invece, tutto possiamo in Lui, anche nei momenti di estrema sofferenza e debolezza, «quando sono debole è allora che sono forte»; persino di fronte ad una bara noi siamo chiamati ad adorare Colui che fa vivere ogni cosa. Perché noi crediamo che la morte non è l’ultima parola su di noi: l’ultima parola su di noi spetta a Dio, che protegge da ogni male, che conosce i nostri cuori, che ci vede per ciò che siamo realmente, senza maschere, senza titoli e senza etichette.

Siamo chiamati a credere e a testimoniare questo in un tempo di grande ipocrisia, di grande violenza, di grande sofferenza per tanti popoli, per tanti innocenti. Non possiamo dimenticare la Terra Santa, l’Iraq, le guerre dimenticate dell’Africa, ma anche i tanti che soffrono silenziosamente attorno a noi, la violenza in questa nostra Sardegna tanto amata e tanto ferita. Il Signore abbia misericordia per tutti e ci doni di cercare la Sua Giustizia prima di tutto, di essere affamati e assetati della Sua Giustizia.

La sofferenza altrui non può lasciarci indifferenti, ma io credo che Dio può e vuole far sorgere il bene da ogni cosa, e a Lui non è impossibile venire a capo delle situazioni complicate.

Lui voglio lodare per il dono della mia famiglia: da oggi sarò io a preparare per voi il nutrimento. Il pane e la parola di Dio, attraverso di me, arriveranno a voi, e sarete nutriti nello Spirito, e sarete uniti a Dio e uniti tra voi. Se c’è una cosa che sempre mi ha colpito è la vostra forza. L’infinita sofferenza che voi, Babbo e Mamma, e voi Lella, Checco e Sandro, doveste sopportare tanti anni fa non è stata vana. Io credo che anche Pietro ed Efisia oggi fanno festa in Cielo con noi e che nulla è perduto del loro amore per noi e del nostro amore per loro. Nulla va perduto quando c’è la carità, perché la carità non finisce mai, ma cammina anch’essa da un inizio all’altro, senza fine.

Grazie per avermi dato la vita, per avermi insegnato il lavoro assiduo, per avermi insegnato che si ricomincia sempre (domani è un altro giorno…), per il sostegno e la comprensione di questi anni. Grazie perché mi amate. Grazie per tutto.

Con voi voglio ringraziare anche mio cognato Paolo, le mia cognate Alessandra e Manuela, e i miei nipotini Sara, Claudio e Giorgia: il Signore vi ricolmi tutti della sua pace.
E così ricordo anche i miei nonni e le mie nonne, zia Ines, zio Peppe, Cristian Maureddu, Claudio Zucca.

Grazie ai miei parenti, zio Mario, Zia Mondina, Zia Licia, Zia Graziella, zio Elio, Zio Ignazio, zia Anna, Zia Giovanna, zia Tonina, cugini e cugine numerosissimi e tutte le vostre famiglie, che siete qui a festeggiare la mia ordinazione: conosco l’affetto che nutrite per me e che è ricambiato tutto. Grazie ai miei padrini di battesimo, Lorena e Renzo e a mio padrino di cresima, Efisio, e alle vostre carissime famiglie.

Grazie a lei, Eccellenza: per la stima e l’affetto sùbito dimostratomi e per questo dono che, attraverso lei, Dio ha fatto alla Chiesa e a me. D’ora in poi sono un suo collaboratore nell’annuncio del Vangelo. Io pregherò per lei, perché il suo ministero arricchisca la nostra diocesi di ogni grazia per crescere in Cristo, anche attraverso il mio servizio.

Con lei ringrazio anche mons. Antonino Orrù, che mi ha seguito in tutti questi anni fino all’ordinazione diaconale.

Grazie alla diocesi per la fiducia che mi ha dato mandandomi a Roma a continuare gli studi. Spero di meritarla ancora.

Grazie a lei, don Nico: io so che non ama affatto che si parli di lei, e non ama le incensazioni, ma c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare ed oggi io ho bisogno di ringraziare Dio per ciò che è stato e spero continui ad essere per me e per la parrocchia: un prete che ci insegna a cercare Dio, ad amare Gesù Cristo crocifisso e risorto, che ci insegna che l’amore di Cristo per noi previene e sorpassa ogni creatura. Grazie per la sua stima e il suo incoraggiamento di sempre, fin da ragazzino. Grazie per la passione per la Chiesa e per Dio, che sono per me esempio e stimolo alla santità. Il Signore le dia pace!

Grazie a don Sanneris che mi ha battezzato e mi ha fatto amare Gesù. Il Signore è oggi la sua ricompensa per il bene seminato nella nostra parrocchia.

Grazie don Franco: cosa dirti? Siamo confratelli… è un dono immenso che tu mi hai aiutato a scoprire. Continua a starmi vicino alla ricerca di quel volto che tutti cerchiamo e che ci guarda con amore.

In te ringrazio tutto il Seminario Regionale, don Efisio, gli animatori di questi anni, i padri spirituali, i compagni di cammino, le suore giuseppine (sr M. Celina e sr M. Letizia) e il personale: lì sono cresciuto in sapienza, età e grazia e non posso dimenticarlo.

Grazie a padre Lai (86 anni!): che mi segue da bambino e m’incoraggia: «nella sua vecchiaia darà ancora frutti», vede padre?

Grazie alla Facoltà Teologica della Sardegna perché mi ha fatto amare e cercare Dio. Grazie a don Mauro e a padre Giuseppe Ferraro per la fraterna amicizia, e a tutti i professori (padre Teani, padre Moschetti), gesuiti e non… Sant’Ignazio parlava spesso del “magis”, di quella misura grande di amore e di intelligenza che dobbiamo mettere a disposizione di Dio. Il Signore mi conceda di non lasciare nulla per me.

Saluto e ringrazio tutti i preti terralbesi, in particolar modo padre Graziano Ghiani, somasco, ultimo ordinato in questa chiesa, e don Ireneo Manca a cui esprimo tutta la mia vicinanza in questo momento, e sono sicuro, anche quella dei confratelli.

Grazie al rettore del Seminario Lombardo a Roma, don Tullio Citrini, per la sua accoglienza l’anno scorso ancora da accolito. Grazie perché mi sono sentito e mi sento in famiglia. E grazie a voi tutti che siete venuti fin qui per la mia ordinazione, in particolare a don Enrico, che divide con me più da vicino le fatiche e le gioie dello studio e dell’amicizia.

Grazie a don Elvio, signora Emilia, don Giovanni Cuccu, don Giuseppe Tilocca, don Stefano Pinna, don Antonio Fanni, p. Emanuele trappista alle Tre Fontane che mi guida a Roma: il Signore vi benedica tutti.
Grazie a tutti i preti (e diaconi) convenuti, ieri e oggi, diocesani e extradiocesani.

Grazie ai seminaristi che hanno curato il servizio liturgico e a tutti i seminaristi presenti, in particolare i nostri diocesani, Arnaldo(19 novembre), Stefano, Nicola presto diaconi, Massimo e Massimiliano: il Signore vi dia tanta forza oggi e sempre.
Grazie ai ministranti della parrocchia

Grazie a questa parrocchia di San Pietro, e a tutti i parrocchiani: in questa chiesa a me tanto cara sono stato battezzato, ho ricevuto la riconciliazione, l’eucaristia, la cresima, l’ordinazione diaconale e ieri vi sono diventato prete: qui io sono maturato anche grazie a voi, alle mie catechiste, come grazie a tutte le persone che ho incontrato fuori, nel lavoro estivo, nella scuola, nel divertimento.

Grazie per tutto ciò che avete fatto in questi due giorni, con la preparazione di mesi: il coro, Maestro Tullio e tutti i coristi, Maria Pia, la chiesa, la sacrestia, la festa in oratorio, i dolci, l’allestimento delle coperture…

Grazie per la preghiera silenziosa e forte di tanti malati e di voi tutti, che so essere quotidiana per me.
Voglio ricordare in particolar modo signorina Emma Atzori, che mi ha voluto tanto bene e che ha certamente festeggiato in unione con noi ieri e oggi.

A tutti, senza distinzioni, il mio grazie di cuore.

E grazie anche per il bellissimo dono che mi avete fatto: l’opera completa di sant’Agostino. Sono trenta volumi scritti da un santo che ha amato molto Dio e gli uomini. Il Signore mi conceda di trasmettervi la sua stessa passione!

Grazie alle suore della Misericordia, le nostre suore, di ieri e di oggi in questa comunità di Terralba: per la vostra stima e la vostra preghiera continua per me.

Grazie alle suore del Cenacolo, numerose ieri alla mia ordinazione.
Grazie a tutte le famiglie che in questi giorni hanno ospitato i miei confratelli di Roma: Deus si ddu paghit!

Grazie ai bambini e ai ragazzi del Grest di quest’estate, e alle animatrici. E ai ragazzi del campo vocazionale di quest’estate ad Arborea.

Ringrazio saluto e abbraccio tutti gli ammalati e sofferenti, gli amici di famiglia, i vicini di casa, le care persone che in ogni modo mi manifestano la loro vicinanza e amicizia, specialmente con la preghiera.

Grazie anche alle parrocchie di San Ciriaco e di Gesù Maestro e ai loro parroci don Egidio e don Bruno, per la stima e l’affetto.

Ringrazio l’amministrazione comunale e saluto in particolare il vicesindaco che ieri è stato male…

Grazie a tutte le comunità dove son stato in questi anni: S. Maria Maddalena in Morgongiori; S. Pio X in Guspini; il Centro Diocesano Vocazioni; le suore, gli ospiti e i volontari di Madre Teresa a Cagliari… Grazie a tutti gli amici di Morgongiori, di Guspini, di Villacidro, di Sardara, di Mogoro, di San Gavino, che ho conosciuto in tutti questi anni.

Grazie di cuore alla parrocchia di S. Eusebio a Roma (Francesca e Laura, e al parroco don Franco), dove dò una piccola mano d’aiuto la domenica. Anche lì mi sono sentito accolto come in famiglia.

Grazie agli amici conosciuti negli anni passati nell’esperienza dell’Unitalsi a Lourdes, con la sua responsabile diocesana, signora Biagina.

Grazie ai miei amici e amiche: se c’è un dono di cui ringrazio Dio è questo! Simone, Monica, Magnolia, Maria Rita, Marco Serra, Carla, Mario, Teresa, Annalisa, Melania, Maria Chiara, Federica, Paola, Tiziana, Claudia e Silvia Carta, Mauro e Gabriele, Daniela Còntini, Sonia, Mariano, Daniela e Rossella Casu, Luisa, Bina, Tiziana Atzori, che oggi splendente ci guarda dal Cielo, Alessio Deriu, Ambra, i giovani dell’oratorio, e tutte le vostre famiglie, i compagni e i professori del Liceo, la mia maestra Sandra Dessì: dietro ogni nome c’è un volto amato da Dio.
Grazie a tutti gli amici venuti da lontano e da vicino in questi giorni.

Grazie Davide carissimo: sai tutto!

Dice il libro della Genesi: Non è bene che l’uomo sia solo. Questo vale anche per i preti: non è bene che l’uomo sia solo, perché un uomo solo non ha chi lo rialzi quando cade: io benedico Dio per il dono di tutti voi, tutti compagni di viaggio nel cammino della vita. E benedico Dio perché Lui si fa continuamente nostro compagno come ad Emmaus.
La riconoscenza di stasera è il riconoscimento che Dio è stato la via del nostro incontrarci: voi siete venuti qui per me, ma in realtà tutti quanti ieri e oggi abbiamo incontrato Dio, che si è fermato ancora una volta in mezzo a noi con la Sua Parola, con il corpo e sangue di Gesù Cristo, nell’amore fraterno.

L’Emmanuele, Dio-con-noi, sta dalla nostra parte, Gesù è risorto dalla parte degli uomini, ha squarciato il Cielo aprendo per sempre la via al Padre, dandoci la sua vita piena, abbondante, eterna e santa.

Le misericordie del Signore non sono finite, perché Dio non rigetta mai: sia questa la nostra speranza!
Dio ha pietà degli uomini che spesso non sanno distinguere la mano destra dalla sinistra.
Il Dio che io conosco e vorrei far conoscere, posa lo sguardo su ciò che non è nulla per donare vita.
Dio attira a se ogni uomo e ogni donna: lasciamoci attirare da lui e andiamo dietro a lui. Nel silenzio e nel nascondimento dei discepoli del Signore, come Maria, la Madre di Dio, la pellegrina dello Spirito che tutto meditava nel suo cuore, in quella strada meravigliosa dove le sue orme restano invisibili, e tuttavia guidano gli uomini a Lui, fino a che non spunti l’alba del giorno che non tramonta e la stella del mattino sorga finalmente nei nostri cuori.

Ieri è iniziata per me una vita nuova: voglio cercare Te, Dio, in ogni cosa, voglio trovarti in ogni tempo e in ogni luogo, presso tutti gli uomini e in tutti i modi, secondo la Tua volontà. Con Te non ho paura, perché Tu sei con me e con tutti noi per salvarci.

Quest’anno io tornerò a Roma per seguire gli studi, ma sono legato da un intenso rapporto a questa diocesi, alla mia terra, al mio mare, a tutti voi, e tornerò presto.

Nei ricordìni dell’Ordinazione ho messo due immagini: una è il nostro Crocifisso nella sua cappella della Pietà, immagine a me carissima; l’altra è il volto di Gesù, un’icona del carissimo don Giuseppe Achkariàn, di fronte alla quale mi trovo spesso a pregare chiedendo a Gesù che mi mostri il suo volto.
Dietro ho messo una intuizione di San Gregorio di Nissa, dal suo commento al Cantico: «Chi sale verso Dio non si ferma mai, perché riprende d’inizi in inizi, verso inizi che non hanno mai fine».

È una sintesi bellissima della vita di ogni cristiano, chiamato a ricominciare, ogni giorno, ogni momento, chiamato a riscoprire ogni istante la grazia infinita di Dio.

E poi l’invocazione del Padre Nostro: Venga il tuo Regno! È anche l’invocazione che conclude il libro dell’Apocalisse: lo Spirito e la Chiesa dicono «Vieni Signore Gesù!». E Gesù risponde: «Sì, verrò presto!». Dobbiamo chiederglielo ogni giorno, dobbiamo continuare a far crescere il Regno in noi, per portarlo nel mondo, per essere lievito che fa crescere la pasta, sale che insaporisce, luce che illumina, speranza per i disperati, vicinanza per i lontani.

Il Signore ricolmi la vostra vita della sua Pace e vi faccia conoscere la grandezza della Sua carità, la bellezza della vostra vocazione, di ciascuno di voi alla santità; e doni pace a chi si trova nella tribolazione.